La Baraccopoli oltre gli stereotipi

Dharavi, Mumbai

Articolo di Stefano Caldirola, docente di Storia dell'Asia e professore di Lingua Hindi

Nel cuore di Mumbai esiste uno spazio di circa 2,4 chilometri quadrati, abitato da una popolazione che varia tra il milione e il milione e mezzo di individui: lo slum di Dharavi, una baraccopoli con una densità umana di oltre 420.000 persone per chilometro quadrato, la più alta del mondo. Dharavi è una città a sé, perfettamente integrata economicamente rispetto ai ricchi quartieri residenziali che sorgono a poche centinaia di metri di distanza. Mumbai è una città ricca con milioni di poveri e una città povera con centinaia di migliaia di ricchi. Questo dato si percepisce facilmente percorrendo i larghi viali della zona meridionale della città, con i monumenti in stile neogotico e art déco, gli autobus rossi a due piani di questa strana versione tropicale di Londra, e nell’area centrale, dove i numerosi grattacieli che continuano a spuntare come funghi hanno portato a Mumbai il soprannome di “Tropical Manhattan”. Eppure, il 40% della popolazione della grande area metropolitana di Mumbai (22 milioni di abitanti), vive negli slum, definiti come luoghi abusivi e degradati, naturale prodotto di una decennale quanto sregolata corsa all’inurbamento di popolazioni provenienti dalle campagne alla ricerca di fortuna in una città sempre più affollata e dai costi abitativi insostenibili per persone dai redditi estremamente bassi.

LA LEGGENDA DELLO SLUM “A CINQUE STELLE”

Quindi circa 8,5 milioni di persone vivono oggi in questi insediamenti caratterizzati dall’illegalità e dalla marginalità sociale. Dharavi però presenta molte differenze rispetto a tutte le altre baraccopoli di Mumbai: innanzitutto Dharavi esiste addirittura dal 1884. Ma come è possibile che un insediamento abusivo nel cuore di una grande metropoli possa resistere a quasi 150 anni di storia e agli sconvolgimenti di natura sociale, politica, urbanista e economica che hanno caratterizzato l’India, e Mumbai in particolare, in questo lungo periodo? Innanzitutto, Dharavi non è più un luogo abusivo: nel 1997 infatti un progetto di riqualificazione urbana ha introdotto una sanatoria per i residenti dello slum in grado di dimostrate il proprio domicilio in loco prima del 1995. I residenti da abusivi sono quindi divenuti proprietari delle baracche costruite con materiali di fortuna che abitavano, e che abitano ancora oggi. Quindi è da circa trent’anni che Dharavi ha perso una delle caratteristiche che definiscono uno slum: non si tratta più di un insediamento abusivo, ma di un quartiere della città a tutti gli effetti, in cui gli abitanti possono vendere o affittare gli spazi di cui sono proprietari e in cui sono state aperte scuole e cliniche, templi e moschee, centri ricreativi e persino una stazione di polizia.
E allora ha senso parlare ancora di slum nel caso di Dharavi? Tecnicamente no…ma nell’immaginario collettivo Dharavi resta il più grande slum di tutta l’Asia. Inoltrandosi all’interno della baraccopoli ci si imbatte in vicoli strettissimi in cui si passa uno alla volta. Le case sono fatte prevalentemente di lamiera arrugginita, e data la mancanza di spazio, hanno iniziato da decenni a svilupparsi in modo confuso e pericolante verso l’alto. Ѐ abbastanza normale finire in un labirinto di vicoli angusti con ai lati infinite linee di baracche a tre piani dall’aspetto quantomeno precario. In questi vicoli in cui non entrano mai i raggi del sole, si aprono delle piccole porte, da cui arrivano spesso immancabili profumi di cibo speziato. Le case sono di 8/9 metri quadri di norma, e ci vivono in media 4/5 persone. I bagni sono fuori, in alcuni spazi comuni, anche se il loro numero è ancora oggi insufficiente e non sono pochi coloro che preferiscono, anche per ragioni di tempo, utilizzare la massicciata ferroviaria della vicina stazione di Mahim. Però nella maggior parte delle case c’è l’acqua corrente, e negli ultimi anni la corrente elettrica è disponibile 24 ore su 24. Circa l’80% dei bambini di Dharavi frequenta una delle diverse scuole presenti nello slum, e terminato il ciclo scolastico secondario, ogni giorno migliaia di ragazze e ragazzi si recano un una high school o un college in altre zone della città. E lo fanno in divise perfettamente pulite e stirate, con le ragazze che portano i capelli lucenti d’olio legati in celebri lunghe trecce. Alcuni di questi studenti frequentano addirittura delle scuole private in inglese.
Del resto, gli abitanti di Dharavi ripetono spesso, e con un certo orgoglio, che il loro è uno “slum a cinque stelle” per indicare la presenza più o meno costante di acqua potabile e elettricità, ma anche per rivendicare il fatto che praticamente tutte le persone residenti lavorano o studiano, e che all’interno slum ci sono quasi tutte le istituzioni e i servizi che si possono trovare nei quartieri di case in muratura delle altre aree della città. Va detto però che, per quanto le condizioni di vita siano migliori rispetto a quelle di altri slum della città, Dharavi continua ad essere un luogo pieni di problemi: dal sovraffollamento alle dimensioni ridotte delle abitazioni, dall’inquinamento a problemi di smaltimento dei rifiuti alla cronica carenza di infrastrutture fondamentali come l’accesso ai servizi igienici.

IL CAMBIAMENTO DELL’IMMAGINE DI UNA BARACCOPOLI

Nel 2019 è uscito nelle sale di tutta l’India un film di enorme successo: il titolo è Gully Boy (“ragazzo del vicolo”) e rappresenta la storia, parzialmente basata su fatti reali, di alcuni giovani di Dharavi che amano la musica rap e che cercano di sfondare nel mondo della musica mainstream partendo proprio dalla povertà dello slum di Dharavi. Il grande successo di questo film fa seguito alla crescita della scena rap negli slum indiani, particolarmente a Mumbai, e ha contribuito a puntare i riflettori su un contesto in precedenza liquidato dagli stessi indiani di classe media come degradato e senza speranze di riscatto sociale. Anche per questo l’immagine di Dharavi negli ultimi anni è cambiata radicalmente: di norma siamo abituati a pensare a una baraccopoli come un luogo disperato i cui gli abitanti sopravvivono soprattutto grazie alle attività di ONG o ai sussidi che saltuariamente piovono da parte degli enti governativi. Niente di più falso per quanto riguarda Dharavi: nello slum, infatti, operano oggi circa 15.000 imprese attive nel campo del riciclo della plastica, nella produzione di oggetti di pelle, nella produzione di cibo che viene poi venduto in diverse zone della città, oltre a tradizionali attività come la produzione tessile o quella dei vasi di terracotta. Ѐ stato calcolato infatti che ogni anno le imprese che operano all’interno di Dharavi producano un reddito complessivo di oltre un miliardo di dollari. Questo spiega anche le grandi differenze nel numero dei residenti nei diversi periodi dell’anno: una percentuale notevole degli abitanti, infatti, è costituita da lavoratori stagionali che arrivano da ogni angolo dell’India per lavorare nelle diverse fabbriche all’interno di Dharavi, dormendo e mangiando spesso nello stesso luogo di lavoro, particolarmente nelle stagioni che seguono il raccolto. Questo esercito di lavoratori migranti costituisce una massa di popolazione dello slum che sfugge ai censimenti, e che lavora duramente per inviare soldi nelle campagne per mantenere le famiglie rimaste nei villaggi.
Ѐ oramai talmente noto che a Dharavi ci sia una produzione notevole di diversi oggetti, anche di qualità, che oggi il fatto che un prodotto sia “made in Dharavi” non costituisce più un problema per eventuali acquirenti. Un tempo non troppo lontano i produttori cercavano di occultare la provenienza dei prodotti realizzati a Dharavi, per nasconderne l’origine all’interno di un contesto disagiato. Oggi l’immagine dello slum è cambiata a tale punto che, ad esempio per quanto riguarda la produzione di oggetti in pelle, esiste un brand che si chiama proprio “Made in Dharavi”, con una showroom situata ai margini dell’area abitativa più affollata dello slum e che si presenta come un normalissimo negozio dotato di aria condizionata in cui anche molti indiani residenti nelle aree più benestanti della città vengono tranquillamente a fare shopping, vincendo sui tradizionali stereotipi che impongono ai ricchi di stare il più possibile lontani da un luogo che considerano sporco, povero e pericoloso.

Ѐ POSSIBILE (E HA SENSO) FARE I TURISTI A DHARAVI?

La domanda è sempre presente quando mi capita di portare gruppi di turisti stranieri a visitare Dharavi. Non rischia questo di diventare un tour della povertà in cui i residenti vengono visiti come delle attrazioni antropologiche, una sorta di zoo umano in cui le persone si muovono con ruoli ben definiti e stereotipati?
Reality Tours and Travel è un tour operator sociale fondato nel 2005 da Chris Way, un inglese che ha vissuto la realtà delle favelas in Brasile e si è in seguito trasferito in India. L’idea è quella di aprire al turismo un luogo così particolare e unico come Dharavi, evitando però le ricadute negative del turismo di massa e cercando di portare le ricadute positive direttamente nello slum con il fine di migliorare il più possibile le condizioni di vita degli abitanti. Innanzitutto, Reality Tours and Travel ha un ruolo importante nel formare le proprie guide, ragazze e ragazzi provenienti dallo slum cui vengono somministrati corsi di inglese, di comunicazione e di gestione dei flussi turistici. Inoltre, l’80% dei proventi dei tour organizzati a Dharavi vengono investiti nello slum in attività di formazione per i giovani del luogo, come corsi di informatica, inglese e corsi di formazione professionale che possano garantire ai partecipanti la possibilità in futuro di inserirsi nel mondo lavorativo.
Per circa 4 ore i gruppi di turisti vengono divisi, se numerosi, in piccoli gruppetti da 5-6 persone al massimo, per limitare il più possibile l’impatto in luoghi dagli spazi angusti in cui le persone sono intente a lavorare e a vivere la vita di tutti i giorni. Appoggiarsi a Reality Tours and Travel per un tour di Dharavi significa avere la possibilità di esplorare questa realtà guidati da persone competenti che provengono proprio da quel contesto, e inoltre aiutare alcuni progetti che puntano a migliorare sensibilmente le condizioni di vita di una parte della popolazione dello slum. Il risultato è un tour che consente di esplorare uno dei luoghi più interessanti e sorprendenti dell’India senza portare le conseguenze negative che siamo abituati ad osservare da parte del turismo di massa, particolarmente in luoghi contraddistinti da povertà e forte disagio socioeconomico.

Se vuoi vivere questa esperienza con noi, abbiamo il viaggio giusto, leggi il programma di "India, da Bombay a Bangalore"

Mercoledì 29 Luglio 2026

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